Caterina, Grazia e Giulia erano tre sorelle, nate a distanza di un anno una dall’altra. Delle tre, Caterina abitava più lontano ed il regalo più bello che poteva ricevere dal marito e dai figli era quello di poter trascorrere qualche giorno in compagnia delle sorelle. Di solito l’incontro avveniva a Pasquetta. Il marito di Grazia aveva ereditato dai suoi una bella masseria, con un piazzale ampio, al cui centro spadroneggiava un enorme gelso bianco, che nei tempi primaverili era folto di foglie e d’ombra. Sotto il gelso c’era un poggio di pietra che gli girava intorno ed era piacevole rimanere lì seduti ad osservare la campagna circostante. C’era anche una costruzione bassa dove c’era il forno a legna e una piccola cucina dove si impastava il pane. Durante la settimana Santa, quella masseria si popolava. Grazia, sua sorella Giulia con le relative figlie si ritrovavano lì per preparare i dolci, rustici e biscotti per la Pasqua vicina. Ognuna aveva una sua mansione e un suo preciso dovere. A Giulia toccava portare le uova e la farina e le mozzarelle: tutte cose che provenivano dall’azienda del marito. Di uova dovevano essere almeno 150, altrimenti non sarebbero bastate per preparare tutti i dolci tradizionali. Di farina almeno 15 chili. A Grazia toccavano zucchero, sale, lieviti, pomodori, salumi. La fatica cominciava il mercoledì Santo. Si ci dava appuntamento alla masseria per le sette di mattina per preparare biscotti e taralli. Ognuno aveva i suoi preferiti, quindi si facevano tutti e per tutti i gusti. I primi ad essere impastati erano i taralli rustici che dovevano anche lievitare, quelli con lo strutto,il pepe e le mandorle. Questi erano i preferiti degli uomini che li accompagnavano con del buon vino rosso. Poi si passava a quelli con il finocchietto e a quelli dolci che richiedevano una lunga procedura. Infatti dopo averli impastati con decine e decine di uova, che si attaccavano alle mani ed erano la disperazione delle ragazze più giovani, si dava la forma e poi bisognava scaldarli nell’acqua bollente. Asciugati, potevano essere infornati, ma una volta cotti bisognava preparare la glassa di candido zucchero per ricoprirli e quell’operazione era la più difficile di tutte. Se lo zucchero non era cotto al punto giusto e si versava sui taralli, si rischiava di perdere tutta l’opera. Giulia era davvero una maestra nel farlo e quando girava lo zucchero e decideva che quello era il momento adatto, tutte le donne erano là vicino a lei, cercando di imparare il suo segreto, inutilmente, perché , se poi riprovavano da sole, i taralli erano un disastro. Mentre si facevano queste cose, i maschi presenti avevano il compito di far ardere le fascine nel forno per portarlo alla giusta temperatura e prepararlo per infornare i taralli. Dovevano anche cercare, sugli alberi di arancio, nel giardino antistante la casa, qualche arancia che ancora rimaneva legata al ramo. Serviva solo la buccia, non importava che era priva di succo, ormai fuori stagione. Infatti la buccia tagliata sottilmente e ridotta a piccoli pezzi veniva adoperata per preparare gli arancini.
Si impastavano anche i morselletti, dei biscotti croccanti con le mandorle e le nocciole, buonissimi con il vino lambiccato, un vino dolcissimo prodotto nella zona. Giunta la sera , cariche di dolci e dolcetti e tarallucci si tornava in paese e si ci dava appuntamento per il giorno dopo, giovedì Santo, destinato alle pastiere di grano, di riso e di ricotta e alle pizze piene di formaggio, uova e salame ma anche a quelle con la verdura che si dovevano consumare il venerdì Santo, giorno di astinenza. Tutto il ben di Dio, preparato in questi due giorni, non si doveva consumare, ad eccezione delle pizze ripiene di verdura, prima del Sabato Santo, quando “sparava la Gloria”, cioè quando suonavano le campane a festa. Solo allora si potevano mangiare le cose dolci e i salumi, ma la pastiera si doveva aprire il giorno di Pasqua a fine pranzo. Le pizze ripiene di salumi erano, invece, destinate al lunedì di pasquetta. Proprio questo era il giorno più atteso dalle sorelle, perché finalmente si potevano incontrare tutte e tre complete di familiari e trascorrere una giornata all’aperto in piena allegria, come quando erano ragazze. Questa volta però il forno era dedicato alle pizze: venti, trenta, quaranta pizze uscivano una dopo l’altra, calde e gustose, dalla bocca del forno tra gli applausi dei presenti, seduti ad una tavola all’aperto, sotto il grande gelso. Era una tavola lunghissima. Allegria, canti, brindisi, accompagnavano il pranzo che si concludeva tra biscotti, taralli, cioccolato e la promessa di ritrovarsi alla stessa maniera l’anno successivo.

Delle tre sorelle è ancora in vita solo Grazia, mia madre.
Mio figlio, oggi mi ha chiesto di preparargli “i calzoni di pasqua” quelli della nonna. La foto li mostra, appena sfornati ( ricetta a vostra richiesta). Il loro profumo è denso dei ricordi, dei quali vi ho fatto partecipi.
Buon sabato
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cucina, sentimenti -
Le tre sorelle
4 febbraio 2012, ore 12:43, postato da basilico

















