“I Barbuti”

immagine tratta dal web

Nel 568 i Longobardi attraversarono i valichi delle Alpi orientali: mentre re Alboino si fermò in Toscana con il grosso delle truppe, Zottone scese verso il Sud e si fermò a Benevento. Pavia divenne la capitale della Longobardia del Nord e Benevento quella del Sud. Il loro regno cadde per mano di Carlo Magno. Numerose sono le vestigia dei Longobardi nella area beneventana e salernitana. Infatti nel 787 Arechi II trasferì la corte da Benevento a Salerno, città che per la sua posizione geografica consentiva il controllo del mare e offriva maggiori possibilità di difesa contro Carlo Magno, che sconfitto Desiderio, minacciava da vicino l’area beneventana. Il principe accolse i fratelli longobardi in fuga dal nord , potenziò le mura di difesa, fece costruire nuovi edifici, e creò le basi per uno sviluppo economico, culturale e sociale della città. Testimonianze della loro presenza nel salernitano ci sono anche nella zona di Montecorvino Rovella, paese di cui vi ho parlato a proposito di Romeo e Giulietta e luogo di nascita dei miei genitori. Sulla sommità del Monte Nebulano sono tuttora visibili ruderi di un antico maniero di epoca longobarda, dove lo scrittore Francesco Mastriani ambientò il suo romanzo” La sonnabula di Montecorvino” pubblicato a puntate nel 1881 sul giornale “Roma”.
Grazie all’opera di ricerca e di studio dello storico Geremia Paraggio si è, inoltre, venuti a conoscenza di un affresco, in una chiesetta che è divenuta una testomonianza dei Longobardi che a Salerno erano chiamati “Barbuti” per via della loro lunga barba. Per un distacco dell’intonaco nell’abside, venne alla luce un affresco della Vergine Maria col Bambino, contornata dai Santi Ambrogio, Simpliciano, Gervasio e Protasio: quattro santi di Milano. Erano i quattro santi venerati dai Longobardi. Qualche vecchio della zona del casale di Occiano, dove sorge la chiesetta la ricordano come “Chiesa di sant’Ambrogio”.
Vi chiedete perchè vi ho raccontato tutto questo, perchè voglio raccontarvi un episodio della vita di mio padre e che faceva parte dei racconti, che mi faceva la sera, quando bambina, me ne andavo nel lettone per stare vicino ai miei genitori e non riuscivo a dormire. Mio padre si chiamava Amedeo ed è il protagonista di questa storia vera, alla quale ho dato il titolo di “Il guerriero”.
Il guerriero
Amedeo abitava con i suoi in campagna, in una bella casa dai soffitti dipinti e dai pavimenti di ceramica, un lusso per quei tempi. Tutto intorno la casa si estendeva la proprietà di suo padre: un uliveto fitto di alberi , un noccioleto e un agrumeto. C’era anche un bel giardino e la stalla per il cavallo. La famiglia viveva con la rendita della proprietà. Amedeo aveva circa sei anni, quando il padre decise di comprare un terreno confinante. Il terreno era incolto; qua e là c’erano alberi di fico e tronchi secchi di altri alberi da frutto. Fu deciso di estirpare le vecchie piante e di piantare solo ulivi. Furono chiamati gli operai per dissodare il terreno e fare i fossi per la nuova piantagione, tutto lavoro di braccia. Si scavava con gli attrezzi a mano, picconi e pale. Era un lavoraccio e richiedeva molto tempo e fatica. Amedeo, appena sveglio, correva subito al campo ad osservare gli operai che lavoravano. Ogni tanto si allontanava e tornava con acqua contenuta in una brocca di creta, che manteneva fresca l’acqua attinta alla sorgente che sgorgava proprio nella loro proprietà. La offriva a poveri scavatori e poi si sedeva all’ombra e stava a guardare i lavori. IL terreno fu ripulito ben bene, i rami secchi sottili furono bruciati, mentre quelli doppi furono trasportati nella legnaia. Sarebbero serviti per il fuoco d’inverno. Ora si potevano fare le buche per piantare gli alberi. Il padre di Amedeo squadrò con cura il terreno, stabilendo a quanti metri dovessero venire le fosse, disposte in fila. Poi gli operai cominciarono a scavare. Avevano fatto le prime buche, quando uno lanciò un’imprecazione attirando l’attenzione del padrone, dei suoi compagni e di Amedeo. “ Che c’è? Che succede? Perché imprechi? ”gridò il padre di Amedeo. “Don Pietro, c’è una roccia dura, non riesco a scavare in profondità” gridò l’operaio. “ Ma quale roccia, questo non è terreno roccioso. Sarà qualche altro impedimento!”. Raggiunse l’operaio, gli tolse di mano la pala e, con forza, cercò di scavare in basso. Niente da fare: c’era una grossa pietra. Disse all’operaio di togliere alla meglio la terra che la ricopriva per verificare quanto fosse grande e decidere così dove spostare la buca per piantare l’albero. Man mano che la terra veniva tolta appariva più chiaro che non era una pietra qualsiasi: era delle dimensioni tali da poter essere la copertura di una sepoltura. Nel frattempo Amedeo e gli altri operai, incuriositi, si erano avvicinati alla fossa e stavano tutto intorno ad osservare la novità della cosa. Quando fu ripulita tutta, il padre di Amedeo ordinò di smuovere il masso, con cura. Ci volle la forza di tre operai e, quando fu spostato, dalla bocca di tutti uscì un’esclamazione di pura meraviglia e stupore. Amedeo, che era vicino al padre, vide chiaramente la figura di un uomo disteso. Aveva barba e baffi lunghi, il corpo intatto, rivestito di una armatura di ferro. Sul capo un elmo, al lato del corpo una spada e altri oggetti. Neanche il tempo di guardare meglio e il corpo svanì come per magia, trasformandosi in polvere. Tutti , però, ebbero modo di vedere quell’uomo di altri tempi, testimone del passaggio di uomini armati su quelle zolle. Il padre di Amedeo ordinò di rimettere la pietra al suo posto e di interrompere gli scavi per quel giorno. Poi, accompagnato a casa Amedeo, che non voleva staccarsi da quel posto, salì sul carrozzino e andò a chiamare suo fratello, più erudito ed esperto, per mostrargli la tomba del guerriero e decidere sul da farsi. Il consiglio fu di avvisare l’intendenza dei beni culturali. Il giorno dopo si presentarono alcuni addetti e, per qualche tempo, fu impedito a tutti di avvicinarsi. Alla fine non rimase più niente di quel ritrovamento perché gli oggetti recuperati furono portati nel museo cittadino. Amedeo, da parte sua, sfogliò tutti i libri di storia alla ricerca di un’immagine di un guerriero che assomigliasse a quello visto nel fosso. Gli sembrò di riconoscerlo in una rappresentazione di un guerriero longobardo. E’ stato sempre convinto che , in effetti, lo fosse e, forse, aveva ragione, perché in quella zona del Sud Italia, fu poi scoperta una vecchia chiesetta dedicata a sant’Ambrogio.

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