Aspettando la notte magica


La prima volta che ho avuto un uncinetto tra le mani avevo poco più di sei anni e sedevo nei banchi di scuola, quelli di legno con i sediolini incorporati, tipo scanni. Erano scomodi, alti, neri e brutti. C’era un foro per la boccetta dell’inchiostro e una scalanatura che impediva ai pennini di cadere. Nel quadernino avevo la carta assorbente per tamponare l’inchiostro eccedente e non fare macchie, che mi avrebbero procurato bacchettate sulle mani. La nostra maestra era severa ma, nello stesso tempo, amorevole come una mamma. Ci aiutava a crescere in ogni senso, anche a diventare delle brave donnine di casa. Ci diceva che imparare a cucire, a ricamare, a lavorare a maglia era importante come saper leggere e scrivere e fare di conto, perciò aveva deciso che, una volta alla settimana, avrebbe chiesto ad una maestra, sua amica, molto brava anche in quelle arti che prima ho detto, a scambiare le classi per un’ora. La maestra Gilda sarebbe venuta nella nostra classe ad insegnarci a tenere l’ago in mano, ad adoperare l’uncinetto e i ferri della maglia.
Così munita di vari uncinetti, ferri, aghi, gomitoli di lana e cotone contenuti in una grossa borsa di tessuto con i manici di bambù, la maestra Gilda fece il suo ingresso nella nostra classe, accolta da un allegro battito di manine ( come ci aveva consigliato la nostra maestra). Ogni bambina scelse lo strumento di lavoro che più le ispirava. Io, con mia madre che ricamava e cuciva, sapevo già usare bene l’ago ( cucivo i vestitini pr la mia bambola dalla faccia di cartapesta) e così scelsi l’uncinetto. Da allora ne è passato di tempo ma mi piace sempre così tanto lavorarci. Quanti pizzi e altro ho realizzato! Alcuni adornano le lenzuola di lino e, quando le uso, ricordo perfettamente ogni momento di quel lungo lavoro.
Giorni fa, sfogliando la rivista che mia madre aveva in abbonamento “Mani di fata” e che ora, dopo la sua morte, arriva a me, ho visto questi simpatici biscotti, non biscotti, non ho potuto far altro che realizzarli. Saranno segnaposti o fermatovaglioli per la cena della vigilia, la notte magica del Natale.

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E’ domenica: paccheri


Mia nonna ripeteva spesso un proverbio ” Meglio prima, simbè so paccheri” ( meglio prima, anche se sono paccheri, cioè schiaffi). Il senso di questo proverbio è che quando si deve affrontare qualcosa, è preferibile farlo il prima possibile, anche se questo dovesse comportare per noi qualcosa di spiacevole, come potrebbero essere dei sonori schiaffi (paccheri) anche morali. Oggi, quando sentiamo la parola paccheri, il nostro pensiero non va certamente al dolore che potremmo sentire nel ricevere schiaffi in pieno viso, ma al gustoso sapore della pasta chiamata appunto “paccheri”. In effetti questa trafila di pasta ha un formato fuori misura, larga e grande che può essere assimilata al palmo di una mano. Pacca, infatti, è una sorta di schiaffo leggero a mano aperta, dato bonariamente senza intenzione di far male. Da pacca a pacchero dunque.
Tutta queste parole per dirvi che i paccheri, giù da noi, rappresentano il piatto della domenica ed io domenica scorsa li ho preparati ripieni di ricotta e vi posto la ricetta:
Ingredienti: mezzo chilo di paccheri freschi di Gragnano: Per il ripieno: 300 grammi di ricotta di bufala, 300 rammi di mozzarella di bufala,un uovo intero, sale quanto basta. Per la copertura: sugo di pomodoro o ragù di carne, 300 grammi di besciamella.
Procedimento: Preparare il sugo di pomodoro o il ragù. Lavorare a crema la ricotta con l’uovo e il sale e tenere da parte. Tagliare a piccoli cubetti la mozzarella e mettere da parte. Cuocere i paccheri a media cottura, scolarli e lasciarli asciugare su un canovaccio. Ricoprire il fondo di una teglia di porcellana da forno con un mestolo di sugo. Farcire i paccheri, uno ad uno per tre quarti di ricotta, emetterli in fila verticali, uno vicino all’altro nella pirofila. Finire il riempimento con i cubetti di mozzarella. Aggiungere sugo di pomodoroin quantità tale da lasciare libera l’estremitàdei paccheri. Preparare la besciamella e versarla su tutta la superficie. Infornare a forno già caldo e cuocere a 180° per circa 20 minuti.

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Capelli per aghi, dignitosa povertà


Una mia carissima amica insegna ai parrucchieri l’uso delle tinte, tiene corsi di aggiornamenti sui tagli alla moda, insomma istruisce le nuove leve di stilisti. L’ho incontrata pochi giorni fa ed era appena tornata da Londra, dove aveva partecipato ad una manifestazione internazionale. Parlando del più e del meno, le ho chiesto quale doveva essere il materiale per esercitarsi in quest’arte, visto che un mio nipote era interessato a diventare stilista per capelli. Oltre a tutti gli strumenti che immaginavo, mi ha detto che è importante anche una testina cioè una testa di manichino con capelli veri. Questa cosa ha innescato un ricordo, sepolto nel cassetto della memoria. Avevo dieci anni e, durante le vacanze estive, io e mia sorella abbiamo raggiunto i nostri genitori e il mio fratellino in una località del sud, dove mio padre era stato trasferito per lavoro. Noi due non siamo partite con loro perchè l’anno scolastico era già iniziato, così siamo state ospitate da una zia. Non appena le scuole si sono chiuse, mio padre è venuto a prenderci e ci ha portato in questo paese, che per usi, costumi ed altro sembrava appartenere ad un’epoca lontana del passato.
Le donne camminavano scalze e indossavano abiti tipici a seconda dell’età e della condizione. Ricordo che le donne sposate vestivano, tutte, con una larga gonna, arricciata in vita di un azzurro scuro e una camicetta celeste chiaro. Avevano capelli lunghi, intrecciati e avvolti a “tuppo”. La donne anziane, invece, gonne nere, camicia bianca e corsetto nero. I capelli erano pettinati allo stesso modo delle giovani. Le vita di queste donne casalinghe si svolgeva, per buona parte della giornata, sedute davanti all’uscio della propria casa, che al massimo aveva due stanze. I bambini giocavano con pezzetti di legno o sassolini che si scambiavano vicendevolmente al ritmo di una canzoncina e le mamme o sorelle cucivano, ricamavano o intrecciavano frange di asciugamani. Un giorno i bambini della nostra vicina, una donna belllissima, mi invitarono a giocare con loro con i sassolini. La loro mamma era seduta sui gradini dell’uscio proprio vicino a noi. Aveva sciolto i suoi lunghi capelli, nerissimi,lavati e profumati e li asciugava al sole, e pettinandoli con cura. Ogni volta che passava il pettine nelle ciocche, quando lo ritirava, toglieva i capelli che rimanevano nei denti e li conservava. Alla fine della pettinatura ne aveva raccolto un mucchietto e li avvolse come un gomitolo, conservandoli. Mi parve una cosa così strana che la raccontai a mia madre, chiedendole il perchè. Non seppe rispondermi ma la risposta non tardò ad arrivare. Dopo qualche giorno, mentre giocavo sempre con gli stessi bambini e nello stesso luogo, si avvicinò un signore con valigia di cartone. Si fermò, salutò la mamma dei bambini, scambiò con lei qualche parola e dopo poco cominciarono ad arrivare altre donne. Quando furono parecchie, l’uomo aprì la valigia e cominciò uno strano e inaspettato baratto. Le donne portavano in involucri di carta tanti gomitolini di capelli, o trecce tagliate, e l’uomo in cambio dava a chi più e a chi meno la sua mercanzia, cioè aghi, spille da balia, rocchetti di cotone, spilli ed altro. Insomma i capelli avevano un valore. Le trecce, specie se bionde o nerissime, valevano molto per fare le parrucche e le padrone se ne andavano contente dell’affare. Dignitosa povertà!

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Cocco e cioccolato per un arrivederci a Natale


Stamattina è ripartita mia sorella. Siamo state insieme alcuni giorni e ,come sempre, il momento della partenza è triste. Nonostante siano più di trenta anni che va e viene, trenta anni di arrivederci a presto e il più presto sono almeno tre mesi, l’abitudine non diminuisce la tristezza. Posso solo rendere più dolci questi momenti, preparando una colazione speciale, come questa di stamattina. Ed ecco che sul tavolo mia sorella ha trovato non solo un dolce speciale ma anche una tovaglia speciale, fatta con le mie mani.

Per la tovaglia non posso fare molto per voi, ma posso darvi la ricetta della torta al cocco e cioccolato fondente.
Ingredienti:100 grammi di cioccolato fondente, 300 grammi di cocco grattugiato, 300 grammi di farina, 300 grammi di zucchero, un bicchiere di latte, 3 uova intere, 100grammi di burro, un bicchierino di marsala, una bustina di vanillina, una bustina di lievito per dolci.
Preparazione: Fondere il cioccolato ( anche nel micronde con un cucchiaio di acqua) e tenere da parte. Battere a crema le uova con lo zucchero e il burro morbido. Aggiungere il cioccolato e il latte, marsala, poi, poco alla volta, la farina, il cocco, la vanillina. Per ultima la bustina di lievito. Imburrare e infarinare una tortiera a ciambella, versarvi il composto livellandolo. Infornare in forno preriscaldato a 200° e far cuocere per circa 45 minuti. Quando è fredda, cospargerla di zucchero a velo.

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“U carusiello”

Uno dei miei primi ricordi riguarda un oggetto che aveva un posto particolare in cucina. Si trovava su un mobiletto, “u stipetto” basso, facilmente accessibile a noi bambine, cioè a me e a mia sorella. Era “u carusiello” cioè un salvadanaio di creta, senza decori o altro, proprio del colore della creta. La parte del salvadanaio , quella superiore alla feritoia per introdurvi le monete, era tonda e liscia, proprio come una testa rapata. Nel nostro dialetto, caruso significa proprio uno con la testa liscia, senza capelli, rasata. Di qui il nome carusiello. Ricordo che, nonostante il mobiletto fosse basso, le prime volte dovevo sollevarvi sulle punte dei piedini per infilare le monetine di cinque o dieci lire che mia madre o mio padre mi davano appositamente, accompagnando sempre quel gesto con la raccomandazione “una fa poco rumore ma tante fanno una musica”. L’acquisto del carusiello avveniva ogni anno in occasione della festa della Nunziata. Infatti si teneva una sorta di fiera dove venivano esposti tanti oggetti di terracotta e ceramica, prodotti da artigiani del luogo che lavoravano la creta. Mia madre acquistava anche pignate, piatti e i vasi per i fiori, che erano chiamati teste. Forse questo termine indicava proprio creta o terracotta e perciò il carusiello era detto così per la testa cioè la parte superiore di terracotta liscia come un capo rasato.
Questa festa ricorreva a marzo ma il salvadanaio si rompeva nel giorno della befana e più monetine trovavamo più meritavano elogi da papà. Mio padre lavorava alle poste e cercava di farci capire l’importanza del risparmio, del mettere da parte per i tempi futuri, sempre incerti. Con il piccolo risparmio potevamo comprare un giocattolo ma prima mio padre toglieva la parte più consistente e ci diceva che quelli li metteva da parte su un libretto postale. Ci sarebbero serviti per lo studio. E così è stato. U carosiello non aveva nessuna apertura oltre la feritoia superiore, non come questi salvadanai moderni che sotto la pancia del porcellino hanno un tappo che ti permette di svuotarlo facilmente. Se volevi i soldi dovevi romperlo, non c’era alternativa. Di necessità, virtù! Ricordo, allora, che da grandicella, cioè al liceo, ogni tanto facevo la ladra dei miei stessi risparmi, servendomi della lama sottile di un coltello per fare da scivolo alle monete. Prendevo le cento e le cinquanta lire e rimettevo le venti e le dieci lire, per comprare magari un gomitolo di lana per farmi a ferri una sciarpa, per comprare un pensierino ad un’amica, per comprare un ombretto, senza dover chiedere i soldi a mamma e senza rompere il salvadanaio, la cui fine annunciata era sempre il giorno della befana. Anche ai miei figli ho comprato il carusiello di creta, appena in grado di essere capaci di infilare le monetine e ancora oggi io e mio marito ne abbiamo uno. Con i soldini risparmiati l’anno scorso, abbiamo comprato un nuovo televisore 19 pollici per la cucina, mettendo in cantina il vecchio di circa 25 anni. Perché questo racconto oggi? Perché oggi è la giornata del risparmio e vorrei che i nostri bambini, giovani adoloscenti capissero che ogni soldo risparmiato, anche una monetina di scarso valore, un giorno potrebbe essere necessaria molto più di una ricarica al cellulare per infiniti messaggi, utili solo al gestore telefonico.

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Senza voce

Oggi mi son svegliata senza un fil di voce. Non mi era mai capitata una cosa simile. Certo, di raffreddori, raucedine, e via così ne ho avuti e come, ma mai a tal punto da non riuscire ad emettere suoni comprensibili ed essere costretta a rimanere in silenzio. Il silenzio intorno a me, quello che parla, che aiuta a far riflettere, che infonde una tranquillità, che mette pace, ordine fra sentimenti vari e contrastanti, mi è sempre piaciuto. Il silenzio obbligato, costretto, che viola la libertà di poterti esprimere, quello non lo sopporto. Così ho capito quanto mi era caro questo mio blog, questa mia voce senza suono apparente eppure così comunicativa. Non so bene per quale ragione l’ho così trascurato. Eppure mi manca e mi mancava. Scrivere, raccontare le piccole e grandi cose della vita fanno parte di me, del mio tempo come dell’aria che respiro e, allora, perchè rinunciarvi. Eccomi qui, ancora una volta, a riprendere il filo rotto di questo mio discorso lungo di anni, proprio oggi che sillabe incomprensibili a chi mi ascolta da vicino escono dalla mia bocca, ma non dalle mie dita, almeno credo.

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Maturità

foto tratta dal web
Quanti anni son passati! Il ricordo però è così vivo che sento mie le emozioni dei giorni degli esami di quanti ragazzi conosco e mi sono cari e che devono affrontare la maturità. L’ansia, “la paura” che accompagnano i giorni delle prove di esame si rinnovano. Le domande ” quali le tracce dei temi, quale autore di letteratura”, i trucchi e i trucchetti escogitati per copiare, fogli e foglietti da inserire nel vocabolario, nelle tasche, la scelta di abiti che permettano eventuali nascondigli, sono stati i miei come quelli di tutti i giovani maturandi di ieri e di oggi. Sostenuti gli esami, con il senno di poi, tutti stiamo a dire che gli esami sono una sciocchezza, che è più facile di quello che credevamo, ma intanto l’angoscia attanaglia e a nulla valgono i giudizi di coloro che hanno già vissuto tale esperienza. Gli esami sono esami e poi quelli della maturità hanno un carattere di promozione alla vita, alla vita di adulti più che del compimento della maggiore età. Cari ragazzi l’unico consiglio valido per tutti e in ogni tempo è quello di vivere questi giorni con responsabilità ma anche serenità. Una certa dose di “paura” è necessaria per stimolare uno studio più coscienzioso, come è necessaria un’alimentazione corretta senza abusare di caffè o altro. Munitevi pure di foglietti e fogliettini, se questo serve a darvi una certa dose di tranquillità, ma è meglio passare la prima ora del compito a riflettere su quale traccia scegliere piuttosto che perdere tempo prezioso a cercare se nella nostra “provvista” ci sia qualcosa che , forse e dico forse, fa al caso nostro. Un ultimo consiglio: un abbigliamento semplice come se doveste sostenere un colloquio di lavoro. In effetti l’esame di maturità davanti ad una commissione è molto simile ad un colloquio di lavoro, dove oltre alle nostre competenze e capacità , verrà anche valutato il nostro modo di presentarci, compreso l’abbigliamento. In bocca al lupo cari ragazzi!

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Matrimonio religioso


Anni fa, cioè il secolo scorso, quando si diceva matrimonio, si pensava alla cerimonia religiosa con tanto di anelli benedetti, Ave Maria etc. Poi si è passati a dover pensare alle due possibilità: rito civile e rito religioso. Così non si ci meraviglia più se gli sposi scelgano il rito civile al quale solo raramente poi segue quello religioso. Eppure due giovani, a distanza di soli due anni dal loro matrimonio civile e uno dalla nascita del loro bellissimo bimbo, hanno deciso di santificare la loro unione davanti a Dio. Hanno frequentato il corso prematrimoniale con tante altre coppie ancora non sposate ed ora si apprestano al giorno delle nozze “giuste”. Mi ha confessato la giovane sposa e mamma che l’emozione ,che sta accompagnando questi giorni che la separano dal matrimonio religioso, sono ancora più pieni di emozione di quando hanno detto sì la prima volta: la scelta dell’abito fatta con le lacrime agli occhi, come quella delle letture e l’aggiunta di una nuova data all’interno delle fedi. Molti le hanno sconsigliato questo passo ma i due sono più determinati di prima e leggo nella luce dei loro sguardi un desiderio e un amore grande. Spero che questa luce di amore si rinnovi ogni giorno e ogni anno della loro vita e sono veramente felice di fare insieme a mio marito da testimone alle loro nozze.

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Un ricordo, un cibo (strascinati pomodorini, funghi e melanzane), un sorriso


I cibi , legati a particolari momenti come feste o ricorrenze hanno la capacità di rendere presente, ciò che appartiene al passato. Fanno vivere come attuali e presenti i luoghi, le persone, gli affetti. Rappresentano specchio e memoria della famiglia. Sono come un dono di amore. Per questo, quando ieri mio figlio mi ha chiesto di preparare per oggi, domenica, un pranzo particolare legato al ricordo della nonna, l’ho fatto con gioia.
E’ venuto da me, mi ha fatto una carezza, poi mi ha dato un bacio. Al che ho pensato:”quann u riavolo t’accarezza vole l’anima (quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima), cioè chissà mò che vuole e per ottenerla, mi riempie di attenzioni”. Invece era la semplice richiesta di cucinargli un piatto di cui mia madre era maestra.Ho sorriso e ho acconsentito.
Oggi, pertanto, vi porto nella mia cucina e vi propongo la ricetta della pasta fresca con pomodorini, melanzane e funghi.

Strascinati o cortecce pomodorini funghi e melanzane:
500 grammi di pasta fresca, cortecce o strascinati
3 melanzane piccole o una grande ( quella tonda e grossa)
300 grammi di misto funghi porcini ( anche surgelati)
500 grammi di pomodorini pachino
2 spicchi di aglio
olio di oliva
sale, pepe, basilico.
Lavate e tagliate le melanzane a tocchetti. Cospargetele di sale grosso e mettetele a purgare, almeno un’ora, in uno scolapasta . ( Dopo averle coperte , potete anche facilitare l’operazione mettendo sopra un pentolino pieno d’acqua che faccia pressione, così da espellere maggiormente il liquido amaro). Intanto lavare i pomodorini e tagliarli a pezzi. Mettete in una padella fonda olio quanto basta e uno spicchio d’aglio a pezzetti ( io lo metto intero, così da individuarlo facilmente ed eliminarlo dopo la cottura). Soffriggete leggermente e unite i pomodorini, il sale e il pepe e lasciate cuocere a fuoco moderato ma non basso per circa venti minuti. A fine cottura unite l basilico. Nel frattempo friggete i tocchetti di melanzana, dopo averli sciacquati abbondantemente e strizzati. Cuocete i funghi mettendo in una padella olio ed aglio a soffriggere e poi uniteli. Quando tutta l’acqua si è asciugata, salate e abbassate la fiamma e aggiungete le melanzane. Fate insaporire per altri cinque o sei minuti e poi amalgamate il tutto alla salsa dei pomodorini. Cuocete la pasta, scolatela e conditela con la salsa direttamente nella padella, facendola saltare brevemente.

E per non farci mancare niente, con lo stesso sugo ho condito una mgnifica pizza ( cena di stasera)

Cotta e da mangiare

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Maestri

“Assuma dunque il maestro innanzi tutto verso i suoi discepoli la disposizione d’animo di un padre”
Quintiliano, secoli fa, ci diceva che la prima dote che si deve richiedere in un maestro non è tanto l’abilità tecnico professionale quanto una forte carica di umanità che stabilisca un rapporto educativo tra maestro e discepolo, fondato sull’affetto reciproco.
L’educazione dei propri figli o di bambini, ragazzi affidatici come maestri, deve essere sentita e vissuta come uno scopo della propria vita, come una vocazione. Non c’è altro mezzo per educare che l’amore, l’amore per gli uomini.
Ma come si può trattare in modo disumano chi ha più bisogno di essere soccorso e aiutato a crescere, e pretendere di essere chiamato maestro?
“La mia maestra
Un sorriso al buongiorno del mattino
una carezza rassicurante
uno sguardo dolce e penetrante,
una voce calda, serena eppur squillante
catturava l’attenzione e l’interesse
di piccole birbe vivaci.
Attraverso la sua guida generosa e paziente,
la lingua, la storia, il sapere
sono diventatipatrimonio di tanti.”
da “Penombra mattutina” Maria Paraggio

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