Vola in alto un aquilone

“Ho percorso con il cuore lacerato i sentieri tristissimi della guerra;
sul filo spinato l’anima a brandelli,
come tra spine di rovi lana di agnelli.
Ho camminato in punta di piedi per non svegliare sonni infiniti
e raccolto lacrime di madri, gocciolanti su fiori recisi.
Velato il capo di nero colore,
giovani spose gridano silenziose l’immenso dolore.
In un universo senza luce, senza orizzonte,
rompe il buio un aquilone,
speranza di un mondo migliore”.
Maria Paraggio

Per non dimenticare

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Profumo di arancia


Mio marito è andato in campagna ed è tornato con un cesto di arance, raccolte su alberi che furono piantati dai miei nonni. Si sono risvegliati i ricordi ed ho avvertito forte un profumo. Parlo del profumo di buonissimi biscotti che mia nonna cuoceva nel forno a legna. Di questi tempi, pendevano dai rami degli alberi, nel giardino sul davanti della grande masseria, limoni, mandarini e arance, dalla buccia di un fervido arancione, quasi rossiccio. La nonna Chiara raccoglieva le più grandi, dalla buccia pura e uniforme, e le puliva accuratamente. Le sbucciava, avendo cura di lasciare quanto più possibile la parte bianca sul frutto, e con un coltello affilato riduceva le bucce in tanti piccoli pezzetti. Sarebbero serviti per dare un aroma e un profumo particolare ad un impasto fatto di farina ( di grano di propria produzione),di uova ( del proprio pollaio), latte ( della mucca dei vicini), zucchero e ammoniaca, da cui avrebbe ricavato dei dolci, che definire biscotti è riduttivo.
Nell’aria, tutt’intorno alla casa, si diffondeva un profumo d’arancia come a maggio per la fioritura, mentre nel forno cuocevano, lievitando, i delicati biscotti. Noi piccoli aspettavamo impazienti per assaggiarli, nell’attesa che si raffreddassero, una volta cacciati dal forno.
Ci sedevamo sulla panca di pietra che circondava un enorme gelso bianco e facevamo a gara per scegliere i più grossi con una mandorla al centro.
La nonna era bravissima anche a preparare un liquore al mandarino. Quando i mandarini erano grandi quanto una piccola nocciola, infilava il ramo che ne conteneva uno, a suo parere sano e destinato a crescere bene, nel collo di una bottiglia, che il nonno legava ( questa era compito del nonno) a testa in giù sul ramo. Per essere sicura di avere un buon risultato, metteva qua e là su ogni albero altre bottiglie, ospitanti i piccoli frutti. Man mano il mandarino cresceva nella bottiglia e, quando la nonna riteneva che era giunto il momento opportuno, faceva tagliare il picciolo e il mandarino rimaneva in fondo alla bottiglia. In questa, poi, metteva la miscela di zucchero e alcool puro per dare origine al liquore. Non vi racconto la meraviglia degli ospiti, quando la nonna offriva loro il mandarinetto, portando sul vassoio bottiglia e bicchierini ( così chiamava i bicchieri per servire il liquore). Si chiedevano come aveva fatto a far entrare quel mandarino nella bottiglia.
Con i limoni, oltre al liquore, preparava anche una torta squisita di pasta frolla, con una crema al limone, preparata senza latte, e ricoperta di pinoli. Questa è un’altra ricetta di cui vi dirò in seguito. Ora vi regalo quella dei biscotti che la nonna chiamava arancini e di cui, da poco, ho trovato l’originale, in un quaderno ingiallito dal tempo, forse della nonna, mentre quella che facevo prima, era in base ai ricordi di mia madre.

Occorrono:

1 chilo di farina,
300 grammi di zucchero,
6 uova intere,
30 grammi di cremore di tartaro
15 grammi di ammoniaca per dolci,
la buccia tritata di tre grosse arance non trattate,
un cucchiaio abbondante di strutto o 100 grammi di burro,
latte quanto basta in cui sciogliere l’ammoniaca.
Per il decoro mandorle oppure buccette di arancia candite.

Impastare gli ingredienti e quando la pasta è compatta ( se appiccicosa aggiungere un poco di farina) fare delle palline tra le mani e deporle sulla teglia imburrata o foderata di carta forno. Al centro, facendo un po’ di pressione, mettere la mandorla o i canditi. Infornare a forno ben caldo circa 200°per circa venti minuti. Sfornare quando hanno assunto un bel colore dorato e mangiarli quando sono freddi, altrimenti l’ammoniaca si sente.

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Romeo e Giulietta o Davide e Mariateresa?

foto tratta dal web

Si sta avvicinando San Valentino e due innamorati famosi, anche se sfortunati, furono Romeo e Giulietta, ma sentite questa storia.
Nella chiesa di Santa Maria della Pace a Montecorvino Rovella (Sa) c’è una lapide che ricorda che questo luogo di pace è sorto là dove venivano compiute esecuzioni capitali: “La pace è portata qui dove la spada uccise i corpi…”
Ora vi racconto come si giunse alla costruzione di questa Chiesa e della storia d’amore di due nobili giovani del posto, Davide e Maria Teresa , rampolli di due potenti famiglie, cioè Arminio e Damolidei. La storia risale alla seconda metà del 400. Queste due famiglie si odiavano e si combattevano spietatamente, per l’assegnazione di terreni del demanio. I prigionieri catturati erano quasi sempre mandati a morte e i loro corpi restituiti, a volte fatti a pezzi, ai parenti, solo dietro pagamento di una forte somma e a patto che avessero assistito all’esecuzione, avvisata da un banditore. Le esecuzioni avvenivano pubblicamente e si dice che, proprio durante questo macabro spettacolo, si fossero incontrati e innamorati Davide e Mariateresa. Il loro amore era impossibile, visto l’odio tra le loro famiglie d’origine, eppure i due riuscirono ad incontrarsi di nascosto, con la complicità della nutrice e la corruzione di una guardia, che permetteva fughe notturne al giovane innamorato. La stessa guardia, però, lo tradì, consegnando la vita di Davide ai Damolidei. Mariateresa, allora, si consegnò spontaneamente alla famiglia dell’innamorato, all’insaputa dei genitori. Il giorno dell’esecuzione di Davide, avvisata dal banditore ai D’Arminio, questi ultimi mostrarono la giovane prigioniera, destinata anch’essa alla morte. Un frate francescano riuscì a fermare l’esecuzione e a convincere le due famiglie a deporre quell’odio assurdo e a consentire il matrimonio. In memoria di quella pace, fu poi eretta la Chiesa.
Lo storico Geremia Paraggio, dopo anni di ricerche, è arrivato alla conclusione che Giulietta e Romeo, celebri personaggi della tragedia di Shakespeare, possano essere identificati proprio in Davide e Mariateresa. Afferma che la storia dei due innamorati di Montecorvino sia giunta a
Shakespeare, tramite altre storie. Il primo a narrarla fu Masuccio Salernitano in una sua novella (XXXIII del Novellino). Poi, dice lo storico, lo scrittore veneto Dalla Porta ripropose la storia di Masuccio ambientandola a Verona e dando ai protagonisti i nomi classici di Romeo e Giulietta. In seguito anche il poeta inglese Broke si interessò alla vicenda.
Se pensate che la stesura definitiva dell’opera di Shakespeare risale al 1595 e la storia dei due innamorati di Montecorvino può essere collocata intorno alla metà del 1400, potrebbe esserci un nesso. Inoltre molti sono i punti in comune, tranne il lieto fine che invece non si ha nella tragedia.

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Una lunga storia

Il 25 gennaio di 38 anni fa mio marito si presentò a mio padre, chiedendogli il permesso di frequentare me e la nostra casa, Eh sì, allora così si usava! Potevo finalmente incontrarlo senza ricorrere a scuse per uscire: un paio di calze nuove, un quaderno, o solo per incontrare un amica. Ricordo bene quel giorno. Mio padre sapeva della visita, ma faceva finta di niente. In effetti, mia madre che si era accorta di tutti i trucchetti che usavo per uscire, mi aveva consigliato che era meglio, anche per verificare le intenzioni del mio fidanzato, chiedere il permesso di frequentarci a mio padre e non dare di che pettegolare ai paesani. Il paese era piccolo e le cattive lingue erano sempre pronte a distruggere la reputazione di una brava ragazza, maggiormente se il padre era una persona conosciuta. Così mio marito, innamorato come me, decise il gran passo e mi comunicò il giorno e l’ora. Io la riferii a mia madre e lei a mio padre. Trascorsi tutto il giorno con il cuore che batteva a mille. Che impressione avrebbe fatto alla mia famiglia? Avrebbe convinto sulle sue intenzioni? Avrebbe assicurato un futuro insieme senza problemi economici? Erano queste le domande che, forse, mio padre gli avrebbe rivolto e, solo se convinto, ci avrebbe permesso di frequentarci. Eravamo in pieni anni 70. Potete immaginare anche gli abiti che indossavamo noi giovani. Per me era un’occasione importante e scelsi un abitino dal taglio semplice ma alla moda, e le scarpe con una leggera zeppa. Avevo i capelli lunghi e mossi alla punta. Mi preparai e aspettai impaziente. Il tutto invece si svolse nella più inaspettata tranquillità. Mio padre fu felice di conoscere il mio fidanzato e già da allora si convinse che la nostra sarebbe stata una lunga storia. Sono 31 anni che sono sposata. Nell’estate del 2008 ho fatto un viaggio in Francia, con mio marito e mio figlio. Mentre passeggiavamo per le strade di Rouen, siamo stati fermati da un gruppetto di tre giovani e belle ragazze. Una di queste, in costume tipo giardiniera, spingeva una carriola con dentro un innaffiatoio ed altre cose. Mio figlio Giovanni, che conosce un po’ il francese, ha subito capito che quella, stranamente ma allegramente vestita, era una sposa e le altre due erano sue amiche che l’accompagnavamo per redigere la ricetta della felicità. Infatti la bella ragazza si sarebbe sposata l’indomani ed era usanza del posto, girare per la città e chiedere ai passanti, alle coppie, giovani e anziane la ricetta per essere felici a lungo e per sempre con il proprio sposo. Le amiche scrivevano, poi, su un bel foglio quello che suggerivano gli intervistati. Cosa avreste aggiunto alla sua lista? Io: comprensione reciproca

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Il buon pane


Da mio padre ho ereditato una casetta in campagna.Oltre la recinzione c’è l’oliveto con piante secolari, piantate dai nonni di mio padre, e ancora producono ottimo olio. Sul davanti c’è un giardino di aranci, lo stesso di tanti anni fa, ma la casa, masseria, non è più quella, perché nel terremoto del 1980 cadde sbriciolata. Mio padre la ricostruì allo stesso posto, ma non la casa del forno, che era una vera piccola costruzione con due stanze. In una si impastava il pane nella madia e si metteva a crescere sulle tavole di legno, disposte su poggia mensole di ferro sul muro. Nell’altra c’era il forno, il reparto per le fascine, rami sottili ricavati dalla potatura degli ulivi, e la legna, da bruciare al momento, e un tavolo.
Ogni 15 giorni la nonna faceva un pane dorato e saporito. Per far lievitare la pasta usava un lievito artigianale, “criscito” che era ricavato dalla stessa pasta di pane, tenuta viva per giorni, in scodelle, rinnovandone la fermentazione. Spesso le donne di paese si scambiavano il”criscito” quando qualcuna non ne aveva. Il giorno prima, il nonno andava al mulino a macinare il grano, per avere una farina freschissima. La nonna, per prima cosa, setacciava la farina per liberarla dalla crusca, che veniva usata come mangime per le galline. Non c’erano impastatrici e lavorava la pasta, a pugni chiusi, nella madia, una specie di cassapanca di legno. Dopo la prima lievitazione, una parte era destinata alle pizze, dall’altra si ricavavano tante pagnotte che, coperte da un telo candidissimo, sul quale venivano poste coperte di lana per facilitare la lievitazione, mandavano già un buon profumo. Nel frattempo si preparava il forno. Ricordo che, per verificare se il forno era pronto, la nonna gettava un pugnetto di farina sulle pareti. Se cadeva carbonizzato, il forno era troppo forte e bisognava ridurre la temperatura. Se la farina cadeva rossiccia, si potevano infornare le pizze. Per pulire il forno dalla cenere, usava una sorta di scopa di paglia, chiamata “munnulo” cioè che monda, pulisce. Le prime ad essere infornate erano le pizze, buone anche solo con pomodoro e formaggio o fiori di zucca. Poi si ravvivava il forno e, giunto a giusta temperatura, si infornavano le pagnotte di pane, che al momento della preparazione avevano ricevuto dei tagli, che sarebbero serviti per tagliarle a tozzetti. Quando le pagnotte erano tutte nel forno, la nonna chiudeva la bocca del forno con un portello di ferro e con un gesto svelto della mano destra, come un segno di croce, diceva:
“Crisci, crisci bene pi tuttu u munnu”( Cresci, cresci bene per il tutto il mondo).
Alcune pagnotte si mettevano da parte per consumarle fresche, fin quando era possibile. Altre venivano tagliate in tozzetti, secondo i tagli inferti al pane prima della lievitazione e cottura. I tozzetti erano infornati di nuovo e lasciati biscottare nel forno chiuso, fino al giorno successivo. Per tirar via tutti i tozzetti dal forno, mia madre si infilava dei pantaloni bianchi ed entrava letteralmente nel forno, a carponi, raccogliendo delicatamente i pezzi di pane biscottato, che potevano frantumarsi facilmente. Questo pane manteneva la sua fragranza inalterata per giorni, ben conservato in una madia apposita nella dispensa. Prima di consumarlo, veniva immerso velocemente nell’acqua, per ammorbidirlo. Ancora oggi, noi consumiamo pane a tozzetti, preparato dai fornai, specialmente in estate, condito con un filo d’olio, pomodorini, sale, origano e basilico.

“Le ferie d’agosto e le corse nell’aia,
il forno di pietra, le ardenti fascine.
La pasta cresce nelle madie,
prende forma tra dita di mani mai stanche,
noi bambini in attesa del buon pane,
impazienti e irrequieti sulle panche.”
Maria Paraggio

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La frittata dei briganti


A casa di mio padre non poteva esserci il Carnevale senza la frittata di salsiccia, salsiccia che compravamo da un fidato contadino. Mio padre ne era ghiotto. Quando era ragazzo aveva escogitato un trucchetto per mangiare la salsiccia, di nascosto, senza che mia nonna se ne accorgesse. Nella vita semplice dei contadini la salsiccia era il primo insaccato del maiale che si poteva consumare. Tutti crescevano il maiale e i suoi prodotti costituivano abbondanza e venivano consumati in tempi stabiliti, che rispecchiavano le stagioni. A Carnevale si mangiava salsiccia a volontà ma poi, con la quaresima non poteva più essere consumata fino a Pasqua. Mio padre viveva in campagna, in una bella masseria . C’era una stanza adibita a dispensa. Sul soffitto erano state sospese delle pertiche orizzontali. Ogni anno vi si appendevano ad asciugare salsicce, soppressate, capicolli, pancette, prosciutti. Erano abbastanza alti ma non tanto da non poter essere raggiunti, salendo su una sedia. Come ho già detto, mio padre era assai ghiotto di salsiccia e, ogni volta che passava davanti alla dispensa e la porta era aperta, veniva preso da una fortissima tentazione di mangiarne un pezzo. Durante la quaresima era assolutamente vietato da mia nonna mangiare salumi; la gola era più forte del divieto. Così, mio padre pensò bene di saziarla eludendo i controlli della nonna. Le salsicce erano lunghe, strette all’estremità da spago e sospese alle pertiche ad arco per mezzo di una specie di uncino fatto di giunco. Quando erano abbastanza secche da poter essere mangiate crude, dotato di ago e filo, mio padre, approfittando di brevi assenze di mia nonna, saliva su una sedia, con molta cura tagliava la stessa quantità da un lato e dall’altro e poi ricuciva la pelle della salsiccia, così da sembrare intatta e la rimetteva al suo posto. Dal basso non si vedeva il malfatto e la passava liscia. Faceva questo ogni volta che poteva, rimanendo indenne da punizioni e saziando la golosità. Poi, quando “ sparava la Gloria” cioè a Pasqua, ne faceva una scorpacciata senza misura. Ricordo che, spesso nei racconti che mi faceva prima di addormentarmi, gira e volta, c’erano sempre briganti che rubavano uova e salsiccia e facevano una frittata gigante di sedici uova.

“Aquila

Sale la strada tra i pini
su per la collina.
Passi lenti conducono il solitario viandante
lì sulla cima dei suoi anni.
Dall’alto, prima di perdersi nella notte infinita
rinnoverà i passati giorni.
Superbo volerà come aquila
sulle ali dei ricordi,
là dove spazio e tempo
eterni si perdono concordi.”
Maria Paraggio
Ciao papà!

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“Tarallucci e vino”


“Tarallucci e vino”, questa espressione viene usata, spesso, nelle mie zone , quando una controversia che poteva portare delle conseguenze dannose per i protagonisti, ha un lieto fine. Sta dunque ad indicare che gli avversari hanno risolto le loro divergenze e si sono seduti allo stesso tavolo, mangiando e bevendo allegramente del vino, e quel che è stato è stato. Il taralluccio non significa tanto piccolo tarallo ma in effetti che la questione da grande (tarallo) si è ridotta ad una sciocchezza ( taralluccio) e il vino suggella un accordo.
La parola tarallo, probabilmente deriva dal greco, daratos, che indicava un tipo di pane. In effetti la materia prima del tarallo è la stessa del pane: farina, lievito e acqua. E i taralli sono nati proprio dai ritagli della pasta di pane, che i fornai napoletani, per non buttar via un alimento prezioso, impastavano di nuovo aggiungendo della sugna (strutto) e pepe, ingredienti poco costosi. Ne ricavavano delle ciambelle che cotte erano croccanti, saporite e accessibili alle tasche dei più. Era uno sfizio a basso costo. Veniva servito con il vino nelle osterie, ma veniva venduto anche per strada, da venditori ambulanti. In seguito Castellammare è diventata la vera e propria patria dei taralli, che sono diventati famosi proprio con il nome di “taralli di Castellammare”. Quando ero bambina e andavamo al mare, sul litorale salernitano, aspettavamo con impazienza il passaggio dei venditori ambulanti di taralli che percorrevano, a piedi scalzi, chilometri di spiaggia, con dei grossi cesti,che portavano al braccio, come borse, pieni di vari tipi di taralli: quelli dolci con la glassa di zucchero, quelli sale e pepe, quelli come grossi grissini dolci. Era la nostra merenda.
Ancora oggi, qualche volta, ne passa uno, ma i bambini non fanno più la festa che facevamo noi al loro passaggio.
Ho voluto provare la ricetta di nonna Paperetta. Sono quelli della foto. Sono davvero facili da preparare e molto, molto gustosi, questi suoi tarallini. Sono finiti in un attimo e ho dovuto promettere di rifarli presto.
Visto che vi ho parlato dei taralli sale e pepe, vi lascio la ricetta, sperando di farvi cosa gradita.
Taralli sale e pepe (20 taralli)
Ingredienti: mezzo chilo di farina, 150 grammi di strutto, 25 grammi di lievito di birra, pepe, sale, 100 grammi di mandorle.
Lavorazione: Sciogliere il lievito in 100 grammi di acqua tiepida. Sulla spianatoia, fare fontana con la farina, al centro mettere lo strutto, 2 cucchiaini di sale, almeno due cucchiaini di pepe nere macinato, e impastare versando poco alla volta l’acqua con il lievito. Quando il composto sarà liscio ed omogeneo, staccare dei pezzi e formare dei bastoncini piuttosto doppi. Attorcigliarli a due a due e tagliarli in pezzi di circa 20 cm. Chiuderli in cerchio, pigiando bene sulle estremità con il pollice. Ogni tanto, sul cordone, disporre le mandorle. Mettere a lievitare coperti, per circa un’ora. Disporli sulla teglia foderata di carta forno e infornarli a forno lento ( 160° /180°), lasciandoli cuocere per un’ora.
Più in là, anche la ricetta dei taralli dolci con la glassa cotta.

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Sacro e profano


Il mercoledì sera vanno in onda, su canale cinque, due episodi della fiction “Il tredicesimo apostolo”. Per chi volesse saperne di più http://www.fiction.mediaset.it/il-tredicesimo-apostolo-il-prescelto/stagione-1/
Devo dire che , fin dalla prima puntata, ho preso gusto a seguire le vicende narrate. Le storie, di cui si interessano un prete gesuita e una psicologa, personaggi antitetici per la loro visione dei fenomeni studiati ( sono infatti chiamati a studiare accadimenti fuori dal comune), l’uno dal punto di vista religioso, l’altra da quello scientifico e scettico, hanno catturato da subito la mia attenzione. Non mi annoio e mi allontano dallo schermo solo durante le pause pubblicitarie, per non perdermi nessuna scena.
Questo argomento mi offre lo spunto per porvi una domanda: “Credete agli angeli?”. Io ci credo e ho conosciuto persone che sono convinte di aver avuto prova della loro esistenza. Conosco una giovane donna che racconta di non aver subito delle conseguenze gravi da un investimento, proprio grazie all’intervento del suo angelo custode. Un giorno, quando aveva venti anni, un uomo in moto la investì, mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali. Arrivò all’improvviso, facendo slalom fra le macchine ferme per permettere alla giovane di attraversare, e la investì, quando ormai era quasi giunta dalla parte opposta. L’urto fu violento e la ragazza fu lanciata in alto, mentre l’investitore, caduto dalla moto, rimessosi in sella, fuggì. La giovane racconta che, una volta in alto, cominciata la caduta verso il basso, avvertì come una mano che ne rallentava la caduta e appoggiava con delicatezza la sua testa sul bordo del marciapiede. Le persone che erano accorse, erano sicure che avesse battuto la testa gravemente e si aspettavano il peggio. Invece la trovarono, sì dolorante, ma senza ferite e senza traumi visibili. Fu accompagnata in ospedale e le furono riscontrate solo piccole contusioni.
Tempo fa ho partecipato ad un concorso nazionale di poesia, dedicato agli Angeli. La foto in alto è relativa al libro regalatomi in quella occasione dagli organizzatori.

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“Noi suoneremo le nostre campane”

dal web

Raramente, oggi, si sentono suonare le campane dal vivo. Ricordo che nel mio primo soggiorno, nel piccolo paesino del Cilento (la foto ritrae proprio il campanile della sua Chiesa), dove è nato mio marito, in un’ora insolita, sentii suonare le campane. Il loro suono era triste, i rintocchi parlavano di dolore. Mio marito disse: “Senti, sarà morta una del paese; il campanaro sta suonando per avvisare la comunità che un’anima è tornata a Dio”. Rimasi colpita. Non solo annunziavano la morte ma il loro suono diceva che era una donna ad aver abbandonato la vita. Nella mia città non c’era quest’usanza e non ne avevo mai sentito parlare. Mio marito era nipote del parroco ed era cresciuto con lui. Mi spiegò che la campana assolveva per la piccola comunità, dedita soprattutto al lavoro dei campi, giù nella piana, una grande funzione sociale, oltre a quella prettamente religiosa di richiamo per le funzioni. Il loro suono scandiva le ore del giorno e quello del mezzogiorno, avvisava coloro che erano in campagna che il pranzo era pronto e potevano rientrare per il pasto. Il suono improvviso poteva avvisare di un evento pericoloso, un terremoto, un incendio. Potevano anche, come in quel giorno, comunicare la morte di un parrocchiano uomo o donna, giovane o anziano a seconda del suono.
Ieri sul “Mattino” di Salerno, c’era un articolo che mi ha ricordato quell’evento. Stavolta però le campane, con i loro trenta rintocchi, sono servite ad annunciare la nascita di nuovi cittadini a Scario, altro paese del Cilento, noto per la bellezza e la purezza del suo mare, come potete leggere qui:
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=176518&sez=CAMPANIA
Un uso delle campane legato alla speranza!

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Una storia


Ottobre 1978
Quanti sogni, quante speranze, in quella valigia di finta pelle, piena fin quasi a scoppiare!
Quanta ansia, quanta preoccupazione nel cuore, gonfio come e più della valigia che teneva stretta nella mano mentre saliva sul direttissimo per Milano. Il suo primo lavoro importante, quello per la vita! Sarebbe stato all’altezza, si sarebbe ambientato, avrebbe legato con i colleghi?
Alla notizia della sua assunzione in banca, aveva brindato, saltato, ringraziato tutti i Santi. Diceva a se stesso: ”Non ho studiato invano”. Si sentiva gratificato, felice, soddisfatto anche perché contemporaneamente aveva ricevuto due altre telefonate che gli avevano comunicato di aver superato i colloqui in altri settori. Poi era giunta l’amara riflessione: “Sì, in ogni caso queste opportunità mi portano chilometri lontano dai miei affetti, dalle mie cose, da luoghi a me cari! Milano è lontana mille chilometri! Ma sempre meglio del Kuwait! Perché uno fa domanda di lavoro in azienda che si trova a pochi chilometri da casa e gli offrono un lavoro che sta a migliaia di chilometri? Comunque bisogna lavorare ed è necessario andare dove il lavoro chiama!”
Così, pur con tanto rimpianto, era salito su quel treno, come uno che parte incontro ad un’avventura . Si sentiva un cercatore d’oro, padrone solo del suo piccone ma ricco di tanta speranza. Giovane laureato squattrinato, con una famiglia alle spalle onesta ma modesta, che certamente non avrebbe potuto sostentarlo, neanche per i primi giorni nella nuova città, aveva accettato l’invito ( seguente a una quasi una richiesta di aiuto da parte sua) di un parente della fidanzata, ad ospitarlo fin quando non avesse trovato una sistemazione , cioè almeno fin quando non avesse riscosso il primo agognato stipendio, così da poter pagare l’affitto di una stanza a pensione. Il parente si era già adoperato in quel senso, procurandogliela presso due anziane signorine che, per arrotondare la pensione, affittavano una camera, con l’uso della cucina comune, nel loro appartamento. Era stato un colpo di fortuna. Infatti la camera si sarebbe liberata a fine novembre: l’inquilino avrebbe dislocato in un monolocale in affitto, nello stesso stabile.
Si poteva dire già molto fortunato: aveva un lavoro, un posto dove andare e un volto amico e conosciuto che l’avrebbe accolto nella nuova città!
Era questo il pensiero che lo confortava durante le lunghe ore notturne di viaggio attraverso l’Italia. Il buio della notte, rotto ogni tanto dalle luci delle stazioni lungo il percorso, non faceva altro che aumentare la sua ansia e il dispiacere , soprattutto, per aver lasciato giù il suo amore. L’aveva salutata, la sua cara Maria, rassicurandola che quello era il primo passo verso una vita insieme per sempre, senza problemi. Avrebbero potuto presto sposarsi e l’avrebbe raggiunto.
Finalmente la lunga corsa del treno si fermò. Erano giunti.
Non era la prima volta che veniva a Milano. Vi era stato già un’altra volta per sostenere il colloquio, ma era ancora estate . Ora, in autunno inoltrato, era tutta un’altra cosa. La stazione gli apparve tetra, i viaggiatori in attesa della partenza tristi e imbronciati, quelli che scendevano dal treno, portavano nel viso una calma rassegnata: non un sorriso, una risata, una voce squillante. Un silenzio pesante, grave, accompagnava ogni movimento, se pur fatto con fretta e rapidità. Tutti, scesi dal treno, presero a camminare verso l’uscita come se corressero, come se il tempo fuggisse, inseguendolo.
Si scoprì a camminare veloce come gli altri, ad arrivare quanto prima possibile. Ma dove? Perché? Non poteva presentarsi a casa del suo ospite alle 7 di mattina! Eppure non riusciva a rallentare il passo. Era preso dalla stessa frenesia del resto della gente. Correre, correre, arrivare prima all’edicola per acquistare il biglietto del metrò, poi, di nuovo, correre correre, giù per le scale, fino al marciapiede, facendo attenzione alla linea gialla per fermarsi infine, in attesa del primo convoglio utile.
In meno di quindici minuti era fuori, giunto a destinazione. Uscito all’aria aperta, fu come risvegliato dal freddo intenso. Mai provato così freddo. Sentiva il freddo infierire sulla sua pelle come sferzate, penetrare oltre come lama sottile. L’algida città gli dava il benvenuto.
Una lacrima gelata sembrò rispondere: ”Mi tieni ma non possiedi! Sono un figlio del sole”, e a passi tranquilli ma decisi si avviò verso il futuro.

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